Locandina mostra

Quella di Roberto Banfi Rossi è una pittura che sceglie il realismo della figurazione, vicino alla sua sensibilità e inclinazione d'artista, una tendenza in cui l'immagine riconosibile, a volte deformata, diviene lo strumento espressivo e comunicativo di temi e problemi dell'uomo contemporaneo. Memore della migliore tradizione pittorica egli si inserisce pienamente nell'area di riferimento della Nuova figurazione, caratterizzata dall'accostamento all'iconicità e dal reinserimento dell'elemento figurale. Non è una scelta programmatica è un mezzo per esprimersi, preferito per la sua funzionalità comunicativa.
La figura è un referente del mondo visibile che rappresenta uno dei codici del suo linguaggio, che è sempre più onnicomprensivo. La pittura dell'artista umbro d'adozione, vive costretta nelle spire della fenomenologia modaiola, le sue imperanti leggi di mercato, le sue copertine patinate. Tutto così lontano dalla necessità creativa, intima misteriosa, segreta e dalla magia della sua espressività. Banfi Rossi crede nell'assoluta eccellenza della creazione artistica e rappresenta una tendenza slegata da qualunque moda in totale continuità con la tradizione europea e più specificatamente italiana. Un artista libero e non assoggettato ad altre regole che non siano quelle della sua sensibilità e delle sue idee, artista raro e appartato, che produce poche opere l'anno anteponendo la qualità e il rigore espressivo e formale ad ogni altro valore e di conseguenza ancora in gran parte da scoprire. Attratta dal passao, la sua pittura di matrice colta, si mostra non in linea col gusto dominante è all'insegna dell'antico motto "ut pictura poesis", e ci fa apprezzare le sue peregrinazioni attraverso epoche e mondi remoti.
Le superfici dei suoi dipinti trasmettono l'incanto di tecniche antiche, un segreto fatto dall'insistere su un motivo fino all'ossessione, in una lenta elaborazione. I colori variano da rebbe apparenze grigio azzurrine all'esplosione di toni solari, nella magia di luce che si spande su strutture labili come miraggi, su ricostruzioni archeologiche di sogno. Tutto in Banfi Rossi concorre a creare un clima di sospensione e ambiguità, ma pure lontano da ciò che è vivo e attuale, egli non trascura la verità delle cose e degli oggetti, anche se li trasferisce in una zona "altra", conferendo loro l'aspetto di reperti antichi. Le apparenze più dimesse della vita quotidiana assumono così dignità simbolica. Viaggiatore dell'Asia Minore e dell'Africa mediterranea, il pittore è attratto dai resti delle città sepolte nella sabbia, da lui recuperate con gli occhi di archeologo visionario.
Alle ampiezze d'orizzonti si contrappongono spazi circorscritti animati dalla presenza di oggetti e di animali simbolici, in un gioco ch evoca sogni e incubi, sorti dalla profondità dell'incoscio. Accostamenti generatori di sorpresa che fanno rinascere i miti, in una prospettiva di tensione e di mistero. L'artista non vuole formulare una "citzione", neppure propone un'ipotesi rievocativa, pur riunendo sulla scena immagini antiche e iconosibili e non intende fare sfoggio di erudizione e neppure di ironia. Il suo non è un discorso sul passato, le sue immagini giungono alla fine di un percorso mentale che egli racconta. Banfi Rossi pensa a come la pittura arrivi "dopo" e in questa signolare sorte trova la sua vocazione reale, per questo la dimensione archeologica resta determinante. Le sue immaginiinventate e spesso riunite in serie sono sembianze di una idea da recuperare della pitturare, perchè l'artista ritraccia forme e insiemi già depositati nella cognizione delle cose, che ordina secondo le ancestrali categorie del gioco dell'infanzia, costruisce cioè gruppi, monta e smonta, aggrega e disaggrega. La dimensione di Banfi Rossi non è il rappresentare un ipotetico passato nè uno scettico presente, ma è l'idea del "dopo", perchè la dimensione della favola figurativa, ambientata in un inesistente passato, è nella realtà fantastica, una proiezione in avanti di qualcosa che non dovrà accadere mai, pena l'uscita dai confini dell'immaginazione. Come i bambini l'artista vuole preservare l'idea del segreto o meglio del mistero, di cui gli sembra allegoria suprema quella dell'archeologia fantastica.


Antonella Pesola,
Perugia, agosto 2009

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