Nella sala della Vaccara,
sotto le costolature a cotto vivo ed i residui d’affreschi trecenteschi, adunata
di fantasmi, di nature impossibili, di creature sognate negli incubi (se ancora
usino, gli incubi: sono le anime del Purgatorio che si riposano su di noi, diceva
la nonna), zoologia e botanica abnormi, il tutto legato dalla presenza di una
logica d’effettuazione pittorica. Autore, Roberto Rossi, diplomato d’accademia ed
insegnante ,ventisettenne di Perugia. Dati biografici e, quasi, anagrafici per
metterci subito d’accordo: chi inventa e compone questi sabba, che violenta la
realtà in maniera così aggressiva e impietosa, è un giovane uomo del tutto
normale, sicuro di sé, tranquillo. Sia detto non per lui, ma per qualche
visitatore non del tutto addetto ai lavori dell’arte.
E non tanto dell’arte d’oggi, chè tal roba allusiva, deformata, simbolica, magari
orgiastica attinge più vecchie epoche, basta l’ovvio nome di Bosch. Magari
venendo su fino al surrealismo.
Certo, Roberto Rossi ha visto il vecchio Hieronimus, ha visto Max Ernst, qualche
volta si è ricordato di Chagall e non pare estraneo alle letture di Miller.
Risolve così con diverse calettature modali le incertezze, gli incombenti di
oggi; l’universo incerto, le tecnologie minacciose, l’angoscia, le sollecitazioni
del sesso, tanto presenti, queste, nella pittura surrealista del resto. Risolve in
pittura, in operosità insistita, in attuazioni di pittura con gli elementi di
forma, di composizione, di colore, adottando mezzi e materie con innegabile
sicurtà di effetti e struttura.
Egli considera escluso ogni sperimentalismo passeggero, rifacendosi
intenzionalmente al passato: una lotta di uomini mascherati e ignudi sembra non
ignorare i nudi michelangioleschi e, forse inconsciamente richiamare l’ignoto
perso - l’uomo bendato della pittura etrusca -, da cui viene la nostra
parola ”persona”. Né altrove l’artista si dimostra insensibile all’origine rasenna in elaborazioni ed espressioni contemporanee.
Le opere sono più di sessanta: pittura su olio, tempera e smalti, disegni,
acqueforti, xilografie, dal 1969 ad oggi. Tanto lavoro, magari liberatorio d’ansie
interne, aspirazioni a risolvere la dialettica dell’umanità che sembra suscitare
ignoti mostri con i meccanismi le scienze d’avanguardia, i problemi sociali ed
esistenziali.
L’uomo cerca di liberarsi - questo il tema del quadro Evasione - dal pesante, dai
blocchi, dalla fisicità senza riuscirvi. Oppure è un coleottero gigante che
partecipa, sembra, anche una natura vegetale, in un mondo buio e strano, in cui
l’individuo della specie umana è ridotto a miserrima e disperata entità fisica.
Davvero la fantasia non manca al giovane Rossi. Il quale, e ci sembra di averlo
notato, è ben dotato di valenze costruttive e di forma, ivi comprendendo la
realtà intera del dipinto: ad esempio, il sagace uso degli smalti sull’olio e la
tempera, destinato a dare fermezza ai valori tonali, aspetti marmorei ed
esaltanti. Non meno il valore massivo del colore e dell’arabesco. Vedansi il
toro fortemente rosso su un lontano fondo di azzurri e di chiari, la maschera,
assai intricata plasticamente con una sontuosità di decori e rossi sangue e
verdi e gialli, la danza delle molte e intricate figurazioni e molt’altre cose
senza titolo. Non minore attenzione meritano le litografie in bianco e nero ed a
due e tre colori, in cui è giustamente ravvisabile la compiutezza del segno e la
fluenza del tratto in possesso di questo Roberto Rossi, alla sua prima
personale, se non sbagliamo. Alla sala della Vaccara fin tutto l’undici marzo. |