Virgilio Coletti
Da un articolo della Nazione dell’11/3/71, in occasione della Mostra a Perugia - Sala della Vaccara marzo 1971

Nella sala della Vaccara, sotto le costolature a cotto vivo ed i residui d’affreschi trecenteschi, adunata di fantasmi, di nature impossibili, di creature sognate negli incubi (se ancora usino, gli incubi: sono le anime del Purgatorio che si riposano su di noi, diceva la nonna), zoologia e botanica abnormi, il tutto legato dalla presenza di una logica d’effettuazione pittorica. Autore,  Roberto Rossi, diplomato d’accademia ed insegnante ,ventisettenne di Perugia. Dati biografici e, quasi, anagrafici per metterci subito d’accordo: chi inventa e compone questi sabba, che violenta la realtà in maniera così aggressiva e impietosa, è un giovane uomo del tutto normale, sicuro di sé, tranquillo. Sia detto non per lui, ma per qualche visitatore non del tutto addetto ai lavori dell’arte.
E non tanto dell’arte d’oggi, chè tal roba allusiva, deformata, simbolica, magari orgiastica attinge più vecchie epoche, basta l’ovvio nome di Bosch. Magari venendo su fino al surrealismo.
Certo, Roberto Rossi ha visto il vecchio Hieronimus, ha visto Max Ernst, qualche volta si è ricordato di Chagall e non pare estraneo alle letture di Miller. Risolve così con diverse calettature modali le incertezze, gli incombenti di oggi; l’universo incerto, le tecnologie minacciose, l’angoscia, le sollecitazioni del sesso, tanto presenti, queste, nella pittura surrealista del resto. Risolve in pittura, in operosità insistita, in attuazioni di pittura con gli elementi di forma, di composizione, di colore, adottando mezzi e materie con innegabile sicurtà di effetti e struttura.
Egli considera escluso ogni sperimentalismo passeggero, rifacendosi intenzionalmente al passato: una lotta di uomini mascherati e ignudi sembra non ignorare i nudi michelangioleschi e, forse inconsciamente richiamare l’ignoto perso - l’uomo bendato della pittura etrusca -, da cui viene la nostra parola ”persona”. Né altrove l’artista si dimostra insensibile all’origine rasenna in elaborazioni ed espressioni contemporanee.
Le opere sono più di sessanta: pittura su olio, tempera e smalti, disegni, acqueforti, xilografie, dal 1969 ad oggi. Tanto lavoro, magari liberatorio d’ansie interne, aspirazioni a risolvere la dialettica dell’umanità che sembra suscitare ignoti mostri con i meccanismi le scienze d’avanguardia, i problemi sociali ed esistenziali.
L’uomo cerca di liberarsi - questo il tema del quadro Evasione - dal pesante, dai blocchi, dalla fisicità senza riuscirvi. Oppure è un coleottero gigante che partecipa, sembra, anche una natura vegetale, in un mondo buio e strano, in cui l’individuo della specie umana è ridotto a miserrima e disperata entità fisica. Davvero la fantasia non manca al giovane Rossi. Il quale, e ci sembra di averlo notato, è ben dotato di valenze costruttive e di forma, ivi comprendendo la realtà intera del dipinto: ad esempio, il sagace uso degli smalti sull’olio e la tempera, destinato a dare fermezza ai valori tonali, aspetti marmorei ed esaltanti. Non meno il valore massivo del colore e dell’arabesco. Vedansi il toro fortemente rosso su un lontano fondo di azzurri e di chiari, la maschera, assai intricata plasticamente con una sontuosità di decori e rossi sangue e verdi e gialli, la danza delle molte e intricate figurazioni e molt’altre cose senza titolo. Non minore attenzione meritano le litografie in bianco e nero ed a due e tre colori, in cui è giustamente ravvisabile la compiutezza del segno e la fluenza del tratto in possesso di questo Roberto Rossi, alla sua prima personale, se non sbagliamo. Alla sala della Vaccara fin tutto l’undici marzo.

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