Domenico Coletti |
In occasione della
Mostra a Perugia Sala della Vaccara marzo 1971 |
Gli emblemi nascosti di Roberto Rossi, pittore
ancor giovane d’anni ma di molte esperienze, i suoi segnali provenienti da
regioni lontane, i cippi di memorie fissate a livello inconscio al Cenacolo di via Bonazzi. Una rassegna di quadri e di grafica che ha il merito di segnalare
opportunamente un operatore di ampie latitudini, di generosi respiri, di piste
non battute. Perché l’occhio vigile e la mente di Roberto Rossi si rivolgono
all’indietro e come le antenne sensibili di un insetto captano le lunghezze
d’onda delle storie più remote. Una sorta d’interesse archeologico, immaginari
appunti, brandelli di nozioni, carrellate veloci, parti di episodi che si
accavallano, si fondono, gremiscono l’opera: scorrono epoche antichissime (per
lo meno commisurate con il parametro dell’uomo e della sua civiltà), qua e là
s’avvertono lampi di culture note nei loro connotati fondamentali, la
mesopotamica, l’egizia, l’assira, l’azteca, in ultimo la greca. Potrebbe
sembrare - così detto - una rievocazione mnemonica, ma Roberto Rossi ne trae un
succo meno discorsivo, e descrittivo, in ultima analisi personale: a cavallo tra
fantasia e liberissima rievocazione per quasi ottenere il risultato di
“giocatore” con l’evento trascritto per una sussunzione di vibranti
comunicazioni soggettive. E con il seguito di affermazioni perentorie che suonano a reali e non solo conclamati approfondimenti, ad ermetismi che non celano ansie indilazionabili. I fantasmi interni di Roberto Rossi, insomma, sono continuamente evocati con una spola assidua tra gli estremi del dato culturale e della reinvenzione pittorica, agile davvero nel muoversi e nel cogliere stimoli di tempi remoti, di sogni, di evidenze cristalline, di recuperi fantastici: rapidissimi travestimenti di significati, alla fine, che creano una sospensione ansiosa, quasi una vertigine di spaventi sopra un vuoto ancestrale popolato di notturne angosce. Ne fanno fede i “paesaggi” le atmosfere, gli ambienti tolti a viva forza dal clamore quotidiano ed i silenzi ghiaccianti in cui si immergono i ricordi, le immagini di condottieri, il cavallo di Ulisse, la farfalla che si trasforma in idolo femmineo. Da qui una scrittura ben sostenuta nel tratto e nel tessuto cromatico di multiple rispondenze, qualche accenno - più o meno velato - a posizioni vicine al crepitante modo caro ad Ernst, un luminismo diffuso che contribuisce ad amalgamare l’insieme. Accuratissime, poi, le acqueforti e le litografie punteggiate da un estro disegnativo ricco di piacevoli impennate. |